Dicono di me - Artista Piero Mochi

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PIERO MOCHI. DALLA PITTURA ALLA SCULTURA, CON AMORE
di Bruno Sullo

Fin dalla costituzione del Gruppo Attias (1966, così detto dalla centralissima piazza di Livorno su cui si affacciava la sede del Gruppo) Piero Mochi ha avvertito acutamente la necessità di superare le nozioni di “vero” e di “reale” in direzione della verosimiglianza, sostituendo il metro della continuità con quello della contiguità nei rapporti tra oggetto e sua rappresentazione. Impasti densi, forme allusive, rapporti cromatici non canonici sono i caratteri di un mondo che proviene, certo, da fuori, ma che viene profondamente filtrato ed alterato dalla sensibilità e da un linguaggio non descrittivo di ascendenza cézanniana.
Da circa metà degli anni ’70 l’esperienza pittorica di Mochi si arricchisce di tematiche di forte impatto sociale, e si rivolge a paesaggi urbani e suburbani, degradati e desolati, di cui l’artista denuncia lo squallore e l’avanzato, allarmante livello di disumanizzazione. Nel descrivere questi contesti, in cui gli uomini sono assenti o trasformati in rigidi manichini senza vita, Mochi affronta argomenti scottanti quali l’inquinamento ambientale, la disoccupazione, la condizione femminile, la speculazione edilizia; il disegno si fa essenziale, volutamente approssimato, ossessivo; una partecipazione emotiva diretta rende le opere dure, contaminate dal dramma del vivere, perdute in prospettive senza futuro. Il linguaggio ed anche certe scelte tematiche ricordano Mario Sironi, ma sono risolti in modalità più veloce, sbrigativa, ansiosa dei risultati, dunque meno descrittiva e compiacente di sé.
Degli anni ’80 sono alcuni notevoli lavori aventi come soggetto e come materiale d’uso fogli di giornale gualciti e appallottolati, inseriti in un contesto propriamente pittorico, a dar vita a una operazione, a metà strada tra oggettualità e pratica artistica, capace di proporre – per altra via e con non minore energia – la realtà del mondo e i suoi problemi: adesso il tramite è costituito dalla sostanza della carta di giornali quotidiani e dalla significatività semantica dei titoli e dei messaggi, frammentari ma eloquenti, in essi contenuti. L’interesse per le tematiche sociali, anziché essere rappresentato – un po’ ingenuamente – dalla descrizione di situazioni convenzionali o paradigmatiche, è adesso alluso attraverso una mediazione linguistica che consente all’artista, oltre tutto, una serie di operazioni comunicative e di manipolazione di materiali di indubbio interesse.
Gli anni ’90 registrano un deciso cambiamento di rotta, e conducono ai lavori più specifici e originali di Mochi, nei quali è espressa la personalità più vera e profonda dell’autore e che definirei Insiemi e Sottoinsiemi. Questo corso è, in effetti, preceduto da una fase preparatoria (seconda metà degli anni ’80), una serie di nudi femminili stereotipati, risolti come sagome, atteggiati in pose piuttosto ostentative e ripetitive, silhouette vuote di vita eppure con tracce non dubitabili di femminilità; sagome e silhouette ambientate in campi scuri, indeterminati, ovvero su sfondi di fogli di giornale (ecco un elemento di continuità con i lavori precedenti) ingialliti e contaminati  da macchie ed aloni di colore, ovvero in scenari pittoricamente descritti, dunque riconoscibili, ma risolti con la consapevole approssimazione – per la conquista di un grado intermedio tra rappresentazione e allusione – che caratterizzerà le opere successive.
In queste, la superficie pittorica (l’insieme) è scandita in settori o scomparti (sottoinsiemi) dotati di una certa omogeneità, abitati da figurazioni iconiche o aniconiche autonome ma non estranee, forme umane o umanoidi derivate dalle esperienze preparatorie sopra descritte, ma anche particolari architettonici, materie cromatiche magmatiche, segni e quant’altro, a costituire un singolare scenario espressivo, allo stesso tempo variato e uniforme, che affida il proprio messaggio al gioco della diversità/affinità, alle atmosfere cupe e percorse da premonizioni, al registro drammatico che assicura ad ogni opera e al complesso delle opere una indiscutibile coerenza. Evidenti la sofferenza esistenziale, forse la consapevolezza della malattia e della morte che intridono di sé la vita.
Queste opere sono una summa repertoriale dei temi e dei linguaggi dell’autore, che spaziano senza influenze di scuola dalla descrizione sofferta di paesaggi dell’anima (spesso concretizzati in aspetti riconoscibili della sua città) ad approcci cromatici e segnici di ascendenza informale, a un certo ritrattismo non di maniera, al riferimento prudente ma non furtivo alla tradizione pittorica italiana (si vedano certi visi botticelliani o modiglianeschi, o all’accenno alla Cacciata dall’Eden di impostazione masolininana). Ciascun quadro (“insieme”) è un affresco complesso e variato che rivela nuovi aspetti, particolari, notazioni ad ogni nuova osservazione, così da costituire non un’opera bensì una antologia di opere, tutte diverse eppure dotate di una indiscutibile omogeneità tematica e linguistica.
Dopo, per lungo tempo, il silenzio. Un silenzio tanto solo dovuto all’intervento di una casuale difficoltà espressiva (evento non infrequente nella storia personale di un artista), né a una necessità di riflessione e di riconsiderazione del proprio lavoro, bensì a una consapevole decisione collegata con un difficile rapporto di incomprensione, di separazione dai propri naturali referenti, siano essi il pubblico “comune” o gli specialisti dell’arte, rivelatisi incapaci di seguire l’artista sugli impervi sentieri della ricerca e della conoscenza. Un silenzio, quindi, che è assenza fisica, retrazione, abbandono voluto di una modalità espressiva e di strumenti operativi incapaci di far vivere e giustificare un’arte incompresa.
Un silenzio e un abbandono dal quale Mochi è emerso, non da molto tempo, mediante un resettaggio totale della propria attività creativa. Reinventatosi da pittore a scultore (in verità la sua scultura è piuttosto un’operazione di assemblaggio), Mochi oggi produce, in una serie quasi ossessiva, soltanto dei Pesci di legno, tutti uguali eppure ciascuno diverso dagli altri, costituiti da pezzi di legno, vecchie assi spezzate, materiali trovati e utilizzati con inesauribile fantasia, ogni volta rinvenendo soluzioni formali, colori, consistenze nuove e, direi, imprevedibili. I Pesci possono essere considerasti in sé, ciascuno nella peculiarità del proprio aspetto e della propria malinconica poesia (sono animali artificiali, che sembrano aspirare a una vita che non è loro concessa); ovvero nel loro complesso, nella grande varietà degli assetti e delle costruzioni, nella ricchezza delle sensazioni che il lavoro dell’artista (intendo il lavoro fisico, fabbrile) evoca nell’autore stesso e nei lettori; o anche nella capacità, che essi dimostrano di avere se proposti numerosi ad abitare uno spazio, di costituire uno scenario nuovo e sorprendente, surreale, modificando le caratteristiche fisiche e psicologiche del luogo, e di condurlo fuori delle esperienze conoscitive consuete (ad esempio, abitando numerosi, inspiegabilmente, un bosco o una campagna).
A dire il vero, la costruzione di pesci con legni, ferri e oggetti di recupero è un’attività non poco praticata da artisti e artigiani, che si pone soprattutto lo scopo di suscitare meraviglia in rapporto alla ingegnosità delle soluzioni, degli accostamenti e dei riutilizzi, e che conduce invero a risultati piacevoli, curiosi, talora intelligenti, ma non sempre artistici perché non sempre dotati di anima e di sangue. Al contrario, i Pesci di Mochi sono dotati di sufficiente inventiva da non essere secondi ai lavori sopra descritti, di sufficiente ingenuità da giungere direttamente alla sensibilità profonda dell’osservatore, e di sufficiente ruvidezza da non concedere nulla a un esercizio puramente formale e direi calligrafico, della pratica formativa. In quanto tali, essi sono dunque vere e solide opere d’arte.
Livorno ottobre 2009

 
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